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Schio: la Manchester d’Italia

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Ai piedi delle Piccole Dolomiti, nel cuore del Veneto, sorge una città in cui grandi ciminiere di mattoni rossi svettano come ultime testimoni di un passato industriale di grande fascino. Schio, cittadina in provincia di Vicenza sviluppata in una terra di mezzo fra la pianura e la montagna, era ed è tutt’oggi una “company town” ovvero un una città la cui vita ruota intorno all’industria. Per la sua operosità e il clima piovoso molti l’hanno definita “La Manchester d’Italia”, io, invece, la chiamo casa.

Il regista Ferzan Ozpetek una volta disse: “Si lasciano mai le case dell’infanzia? Mai. Rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più, anche quando vengono distrutte da ruspe e bulldozer”.
Ho lasciato spesso Schio, per poi ritrovarla e riscoprirla, magari un po’ diversa, ma sempre fedele al suo spirito di company town.

In passato, infatti, la città era famosa per i “Panni Alti”, tessuti pregiati che venivano prodotti nelle sue fabbriche, ma della grande rivoluzione industriale, oggi, cosa resta?

Nel secondo Settecento, Schio era la capitale laniera della Repubblica di Venezia, ma è agli inizi del diciannovesimo secolo che nasce il lanificio destinato a segnare la sua storia: la Lanerossi.
L’opificio fondato da Francesco Rossi, oggi chiuso e al centro di un dibattito su come riportarlo a nuova vita, diventò una delle maggiori industrie nazionali nonché un punto di riferimento per il tessuto economico e sociale dell’intero territorio grazie all’operato del figlio del fondatore: Alessandro Rossi.

Il simbolo della modernizzazione della città e dell’evoluzione dell’industria di Rossi, infatti, è la grande “Fabbrica Alta”, imponente edificio di sei piani che rappresenta uno dei maggiori siti di archeologia industriale d’Italia.

Se il destino della Fabbrica Alta è ancora incerto, quello del vicino Lanificio Conte è ben delineato in quanto l’antico opificio,oggi è un moderno centro polifunzionale sede di mostre e convegni.
Costruito vicino alla Roggia Maestra, un canale artificiale che attraversa tutta la città e che un tempo forniva energia idroelettrica alle fabbriche, il Lanificio Conte, nel 1883, quattro anni dopo l’invenzione della lampada Edison, fu tra i primi in Italia ad avere l’illuminazione elettrica.

Il restauro di questo fabbricato, concluso nel 2013 grazie all’impegno del Comune e al sostegno economico della Regione, ha restituito alla città un nuovo spazio culturale e una nuova piazza sulla quale veglia il busto bronzeo di Alvise Conte, il padrone dell’opificio.

Passato e presente convivono anche lungo le sponde del torrente Leogra dove sorge il Quartiere Operaio: un’area residenziale, voluta da Alessandro Rossi, progettata dall’architetto Antonio Caregaro Negrin e realizzata fra il 1872 e il 1896, dove potrete ammirare dimore, oggi restaurate, ma il cui stile denota le gerarchie di fabbrica del passato: dalle case a schiera per gli operai ai villini per i dirigenti.

Fra i tesori del passato riportati a nuova vita c’è anche il Teatro Civico: una struttura in stile Liberty che conserva un fascino antico e magico. Fu il “Mefistofele” di Arrigo Boito, replicato per quattordici sere, a inaugurarlo il 9 giugno 1909 e oggi, grandi nomi del teatro italiano contemporaneo, calcano ancora le sue scene grazie al lavoro della Fondazione Teatro Civico. 

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In città non ci sono solo fabbriche, anzi, un altro gioiello architettonico progettato da Antonio Caregaro Negrin per volere di Alessandro Rossi è il Giardino Jacquard: area verde di ispirazione tardo romantica situata davanti alla Fabbrica Alta. Il Comune lo sta restaurando insieme al Teatro Jacquard, struttura voluta da Rossi per allietare i suoi operai nel dopo lavoro. Nel giardino però, fra sinuosi vialetti decorati con piante e fiori di vari tipi, c’è anche una serra ad esedra con ampie vetrate che nasconde l’ingresso ad alcune piccole grotte artificiali popolate da statue di ninfe e coccodrilli.


Il centro storico di Schio è piccino, si gira comodamente a piedi, ed è ricco di palazzi dalle facciate signorili e viette che offrono scorci di un’Italia antica, ma al tempo stesso moderna. Un’Italia conosciuta anche da un giovane Ernest Hemingway nel 1918 quando, barelliere della Croce Rossa Americana in servizio nei luoghi della Grande Guerra, soggiornò nell’Osteria Due Spade che un tempo era anche un albergo. In suo ricordo, fuori dal locale, troverete una targa.

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Se la fabbrica ha reso grande la città, a rendere grande la fabbrica sono stati i lavoratori. Era così in passato ed è così oggi. Gli scledensi sono persone operose e il loro simbolo è “L’Omo” ovvero il monumento al tessitore, commissionato da Alessandro Rossi allo scultore Giulio Monteverde nel 1879. Se ne sta in piazza Duomo, con il suo cappello in testa e in mano una navetta, l’attrezzo che contiene il filo per tessere.

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Ai suoi piedi ci sono dei panni ripiegati, frutto del duro lavoro di una giornata e di una vita. Se ne sta lì, sul suo basamento, ad osservare la vita che scorre e la città che cambia, fedele custode della storia di Schio: la Manchester d’Italia ai piedi delle Piccole Dolomiti. Casa mia.

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Commenti:

  • 25 Ottobre 2016

    Che bello, ho avuto un grande amore di Schio e quindi ho un ricordo meraviglioso di questa cittadina ed anche dei dintorni. Grazie <3

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    • 25 Ottobre 2016

      che bello 😊 grazie a te per la visita al blog 😊

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  • 25 Ottobre 2016

    Ma che storia. Quindi sei di schio tu? Mi hai fatto venir voglia di visitare questo posto. Grazie x avermelo presentato

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  • 29 Novembre 2016

    Mi hai fatto voglia di andare a vistarla! A volte si decidono mete lontane per i nostri viaggi senza conoscere le bellezze e la storia dei nostri paesi. Grazie per questo bellissimo post! 🙂

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    • 29 Novembre 2016

      Grazie a te per la visita e se passi per Schio avvisami 😊

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      • 29 Novembre 2016

        D’accordo…anche tu se passi per Tokyo…sono qui! 🙂

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        • 29 Novembre 2016

          Il Giappone è uno dei posti che vorrei visitare almeno una volta nella vita 😍 quindi spero un giorno di venire a trovarti 😊

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