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Toronto Island e il rooftop bar

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Ogni tanto osservare le cose da distante, da un’altra prospettiva, può portare a nuove consapevolezze.
Vista dai suoi marciapiedi Toronto è immensa.
Ti costringe a restare con il naso all’insù e a sentirti piccolo di fronte agli imponenti grattacieli. Piccolo di fronte ad una città in continua crescita che offre tantissimi stimoli.
Ma cosa accade se la guardi da altri punti di vista?

TorontoStreet

In una fredda sera di aprile è arrivata una prima risposta a questa domanda.
Ad interrompere la quiete nella stanza del mio ostello, l’All Day Hostel  in Selby Street, via laterale della più trafficata Sherbourne Street, è bastato un messaggio.
«Esci stasera?».
«Sono già in pigiama, fa troppo freddo».
« Tra 20 minuti sono davanti l’ostello. Vestiti e usciamo».
Il freddo pungeva, nei giorni precedenti aveva nevicato, ma la sera era limpida e camminando nel quartiere non potevo far altro che starmene con il naso all’insù ad ammirare le finestre dei grattacieli illuminarsi una ad una mentre scendeva il buio.
« Chissà com è vivere lassù…» pensavo a voce alta;
«Troviamo un posto dove possiamo scoprirlo» fu la risposta.
Due isolati più tardi ero al numero 55 di Bloor Street West, nella palazzina che ospita anche il cineplex. Il dito pigiato sul bottone dell’ascensore indicava il numero 51 ed in 10 secondi ero nell’attico del grattacielo. Quando le porte scorrevoli si sono aperte, davanti a me c’era una sala con tavolini apparecchiati con cura, una zona lounge dove si riunivano i colletti bianchi dopo il lavoro, ma soprattutto una terrazza dalla quale si ammirava un panorama mozzafiato.

TORONTO_RooftopBar1

Ero al The One Eighty .
« Bel posto vero?»
« Ti spiace se esco a guardare la città?»
« Ma non avevi freddo?»
« Ora non più »
In realtà di freddo ne avevo un sacco, ma la vista dello skyline di Toronto la sera, con la Cn Tower illuminata, mi aveva scaldato il cuore.
Non era la prima volta che ammiravo Toronto dall’alto, l’avevo vista dalla torre di giorno, ma la sera assumeva un altro fascino. Sono rimasta imbambolata per non so quanti minuti ad osservare tutte quelle luci che si perdevano nell’orizzonte.
« Sara è pronta la pizza, dai entra»
« Si arrivo, grazie»
Tra me e me, però, un pensiero aveva iniziato a farsi strada: “Toronto la sera è fatta per i sognatori. Quelli che escono nonostante il freddo, che si perdono alla ricerca del rooftop  bar, quelli che se la ridono uscendo dall’ascensore nel piano sbagliato e accortisi dell’errore ci corrono nuovamente dentro. La sera a Toronto è fatta per quelli che ammirando lo skyline si emozionano e non vorrebbero essere altrove, perchè in quell’attimo c’è tutto ciò di cui avevano bisogno per sentirsi vivi”. E io, lassù, mi sono sentita più viva che mai.

Guardare il mondo da nuove prospettive lascia sempre un segno.
A volte puoi capirlo meglio, altre puoi scoprirne angoli sconosciuti, altre volte puoi comprendere meglio te stesso.
Sapevo che davanti Toronto esisteva un’isola, ma non c’ero mai stata fino a quando, in un pomeriggio in cui il sole giocava a nascondino tra le nuvole e l’aria profumava di lago, sono riuscita a visitarla.
Quel giorno avevo voglia di camminare, avevo voglia di perdermi, di non fermare le gambe finchè non avessero ceduto. Avevo nostalgia di casa, ma a causa del fuso orario non c’era nessuno dall’altra parte del telefono. Un motivo in più per camminare, un motivo in più per farcela da sola.
Ma io veramente sola a Toronto non lo sono mai stata, perchè arrivava sempre qualcuno al momento giusto.
« Oggi sei più strana del solito»
« Ho il cuore altrove»
« Ti porto nel mio posto preferito della città»
« E dove andiamo?»
« Nella natura»
« Ma se siamo in mezzo ai grattacieli»
« Tra poco vedrai»

Passato lo stadio del baseball, lasciati i palazzi della finanza e il lungo lago, con le sue aree verdi e i suoi localini, sono finita al porto.
« Prendiamo il traghetto, costa 14 dollari andata e ritorno, ma ne varrà la pena»
« D’accordo, mi trovi su una di quelle belle sedie in legno, sono come quelle dei film americani. Vado su quella rosa».
Aspettavo. Aspettavo mail o messaggi di risposta da casa, aspettavo il traghetto. Aspettavo.
Persino il lago Ontario, riflettendo le nuvole in cielo, era diventato grigio come i miei pensieri. L’acqua era increspata solo dal moto del traghetto che placido stava arrivando per portarmi chissà dove.
« Sali dai e siediti quì che inizia lo spettacolo».
Lo fu davvero uno spettacolo.
La barca lentamente scivolava sul lago e i grattacieli si allontanavano sempre di più dal mio orizzonte creando un paesaggio moderno, da cartolina.
Mezz’ora di traversata ed ero in un altro mondo.
Il cemento era stato sostituito da immensi prati verdi. Intorno a me c’erano anche ruscelli e piccoli laghetti con famigliole di anatre. Ero nella natura e a solo mezz’ora dalla metropoli. Toronto Island è così diventato uno dei miei luoghi del cuore.

Se da una parte offre una spettacolare vista sulla città, dall’altra lo sguardo si apre sull’immensità del lago Ontario che guarda gli Stati Uniti D’America.
« Devo lasciare un segno del mio passaggio»
« Ma Sara sei impazzita?»
« No, ora con la penna faccio una piccola S sulla banchina che si affaccia sul lago così, un giorno, ritornerò quì e la cercherò per ricordarmi di questo momento».

L’ho fatta davvero la S.
L’ho fatta per ricordarmi che ero lì per mia volontà e che stavo sopravvivendo da sola in una grande metropoli.
L’Ho fatta perchè sono convinta che un giorno su quella banchina di Toronto Island ci passeggerò ancora. E l’ho fatta perchè guardando la città da quella prospettiva, nuova e diversa, ho apprezzato ancora di più ciò che Toronto mi stava regalando: nuove consapevolezze e la serenità che si raggiunge quando un sogno diventa realtà. 

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