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Zanzibar e l’arte della sopravvivenza

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Sopravvivenza. Quella nostra innata capacità di imparare a vivere in ambienti e condizioni difficili usando solamente le nostre abilità.
La nostra creatività. Il nostro intelletto.

E’ un concetto sul quale ho riflettuto molto sull’isola di Zanzibar. Dall’alba a notte inoltrata, anche a pochi passi dai resort più lussosi, la gente sopravviveva con ciò che la natura donava. Sopravvivevano con l’ingegno, l’intuito, la creatività e la volontà di fare di necessità una virtù.

LE ALGHE

Quando i primi raggi del sole illuminavano la spiaggia, donne con vestiti dai colori sgargianti uscivano lentamente dai villaggi per avvicinarsi al mare. La bassa marea lasciava scoperto un mondo fatto di stelle marine e piccole foreste di alghe che, affiorando in superficie, attirava la loro attenzione. Con movimenti precisi si chinavano per raccogliere i germogli verdi che poi appendevano alle vesti fino a quando non ricoprivano interamente il corpo. Iniziava così il cammino verso la spiaggia dove avveniva la seconda parte del lavoro: la stesura delle alghe sugli essicatoi. Semplici travi di legno collegate fra loro con corde in cui le alghe venivano lasciate al sole fino a quando non diventavano marroni.
«Cosa fate con le alghe?»
«Le rivendiamo- mi hanno risposto- sono buone sia per la cura della pelle che per la cucina».
Mentre le madri raccoglievano le alghe, i loro figli cercavano i granchi e i molluschi per garantire il pasto a tutta la famiglia. 

ZANZIBAR_Alghe

LA SCUOLA

Poco distante dagli essicatoi delle alghe c’era una casa di mattoni crudi dalla quale proveniva un intenso vociare di bambini.  Era la scuola del villaggio. Fermi immobili sull’uscio c’erano altri bimbi che alla mia domanda «perchè non entrate?» hanno risposto «non possiamo». Il caldo era soffocante e nell’aula più grande, seduti a terra con le loro divise, c’erano un centinaio di alunni dagli occhi grandi e curiosi. Le bambine indossavano il velo. I bambini la camicia. Attendevano ordini dalla maestra. In dono avevamo dei quaderni e delle matite che sono stati accolti con molti sorrisi e una canzone in inglese.
«Fuori dalla scuola ci sono altri bambini, perchè non partecipano alle lezioni?»
« Non possono pagare»
«Quanto costa venire a scuola?»
«Un mese costa 5 dollari, abbiamo due classi e i bambini le frequentano quando le famiglie possono pagare».
Uscita dall’edificio avevo solo un pensiero in testa: il regalo più grande che un Paese può fare ai suoi bambini è dargli un futuro garantendo a tutti l’educazione scolastica.

ZANZIBAR_scuola

I BEACHBOYS

Ogni passeggiata sulla spiaggia si trasformava in un incontro con i venditori locali: i famosi beachboys. Si dividevano in due categorie, gli abitanti del villaggio di religione mussulmana ed i masai, ragazzi di religione cristiana appartenenti ad un’etnia di pastori i cui villaggi di origine si trovano nel centro della Tanzania. Le proposte erano molteplici: dai braccialetti, ai mestoli per la cucina, passando per quadri, parei, portachiavi fino alle escursioni guidate in tutta l’isola.
«Ciao come stai? Cosa mi racconti oggi?»
«Raccontami tu come hai imparato così bene a parlare in italiano?»
«Parlando con i turisti. Sai per vendere i miei braccialetti devo parlare tante lingue. Se gli stranieri comprano le cose della mia bancarella allora mangio»
«Fai solo questo lavoro?»
«Noi Masai qui a Zanzibar siamo tanti, lavoriamo durante la stagione del sole con le bancarelle o facciamo gli spettacoli di danza nei resort e poi quando piove ritorniamo in Tanzania».
«In Tanzania cosa fai?»
«Allevo le capre o le pecore nella savana».
« Hai mai affrontato un leone?»
«Nei nostri villaggi quando i ragazzi diventano uomini devono superare delle prove: la prima è non muoversi mentre ti fanno la circoncisione (avviene all’età di 16-17 anni), la seconda è sopravvivere nella savana da soli e la terza è uccidere un leone. Quando lo uccidiamo possiamo tornare nel villaggio e siamo guerrieri». 

ZANZIBAR_masai

I PESCATORI

Al calar della sera ogni giorno si ripeteva lo stesso rituale: nelle notti stellate di Zanzibar, piccole luci elettriche si facevano strada in spiaggia per raggiungere il mare e le barche in legno. Erano i pescatori che uscivano dai villaggi con le loro reti per avventurarsi in mare e dare inizio al lavoro. Partivano silenziosi e ritornavano quando il sole era già alto all’orizzonte scatenando un marasma fra gli abitanti del villaggio che correvano in riva al mare per comprare il pesce migliore. Poggiati i piedi a terra, esponevano il frutto del loro lavoro in piccoli secchi dando vita a lunghe contrattazioni sui prezzi. I bambini li imitavano immergendosi in acqua per catturare piccoli pesci che poi esibivano fieri immaginando il giorno in cui anche loro, come i loro padri, inizieranno a lavorare sulle grandi barche di legno. Perchè sopravvivere significa anche questo: immaginare un futuro migliore e impegnarsi ogni giorno per realizzare i propri sogni. 

ZANZIBAR_Pescatori

Commenti:

  • 23 Gennaio 2019

    Mi mancavano i tuoi viaggi reporter sara 😘

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