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Zanzibar: la mia Africa

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Beryl Markham una volta disse «L’Africa è mistica, è selvaggia, è un inferno soffocante, è il paradiso del fotografo, il Valhalla del cacciatore, l’Utopia dell aventuriero. È quello che vuoi tu, e si presta a tutte le interpretazioni. È l’ultima vestigia di un mondo morto o la culla di uno nuovo e lucente. Per moltissima gente, come per me, è semplicemente casa mia». 
La mia Africa inizia dalle parole di questa scrittrice, avventuriera ed aviatrice che visse in Kenya all’inizio del Novecento. 
Inizia dalla sensazione di essere stata catapultata in un mondo lontano, esotico, diverso, ma anche accogliente e famigliare.
Un mondo ricco di contrasti dove il niente diventa tutto. Dove ricchezza e povertà convivono all’ombra di antichi palazzi coloniali, spiagge bianche e un mare cristallino.
La mia Africa ha il volto degli abitanti di un villaggio della località di Pwani Mchangani a Nord Est dell’isola di Zanzibar. Il posto che ho chiamato casa per un tempo limitato, ma abbastanza lungo per lasciarci un pezzo di cuore.

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Se c’è una cosa che mi ha insegnato l’Africa, infatti, è il rispetto. Quel sentimento di stima, anche affettuosa, che si può provare verso le persone.
A Zanzibar ci sono arrivata così, in punta di piedi, perchè ammirando l’isola dall’aereo, con il suo mare cristallino e la sua natura selvaggia intervallata da interi villaggi di case in lamiera arroventati dal sole, un pensiero è stato immediatamente chiaro: “Preparati ad affrontare una realtà povera ma meravigliosa”.
L’Africa, infatti, non è per tutti.
L’Africa è per coloro che sanno guardare oltre le apparenze, oltre i preconcetti e oltre i pregiudizi. L’Africa non va solo fotografata per portare a casa il ricordo di un luogo esotico.
L’Africa va capita, va vissuta.

L’aeroporto di Zanzibar è un agglomerato di cemento, lamiera e cavi elettrici penzolanti.
Fin da subito è chiaro perchè i motti dell’isola sono “Hakuna Matata”, ovvero “senza pensieri” e “Pole pole”, piano piano. Le formalità doganali per ottenere il visto di ingresso, dal costo di 50 dollari, infatti procedono molto lentamente, mentre il caldo si appiccica addosso mettendo a dura prova la pazienza.
“Respira Sara. Devi imparare ad aspettare. Devi capire che da questo momento in poi ti riapproprierai del tuo tempo. Quei secondi, minuti e ore che il lavoro e gli impegni ogni giorno ti rubano”. 
Quando l’ho capito, ho iniziato ad aprire gli occhi per osservare palazzi scoloriti, case dai portoni arabeggianti, mercati coperti, mercati di strada, abitazioni in mattoni crudi, polvere, immondizia, vestiti colorati stesi al sole. E in mezzo a questo caos ho notato uno, cento, mille nuovi volti e sguardi: donne con il volto velato che compravano merci esposte su traballanti bancarelle, mentre i bambini giocavano con i copertoni delle ruote delle biciclette e gli uomini sedevano sotto alberi di baobab per cercare ombra.

Ho visto la natura riappropriarsi dei suoi spazi fra il cemento.
Ho visto piantagioni di riso, ananas, bananeti e in lontananza la giungla fitta, scura, estesa su dolci colline che scendevano verso nuovi villaggi di capanne e verso una spiaggia di sabbia bianca e finissima bagnata dalle onde di un mare i cui colori rispecchiavano quelli del cielo.  
La mia Zanzibar inizia da quì e il resto ve lo racconto nei prossimi articoli….

Commenti:

  • 16 Dicembre 2018

    Fabulous

    reply...
  • 4 Gennaio 2019

    Sai cosa c’è in quel che scrivi?… C’è profondità nel racconto sai analizzare le cose senza superficialità. Sai capire le persone.
    Mostri sensibilità

    reply...

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